In uno studio di via Margutta,
rifugio estremo
degli orpelli
naufragati nelle vendite;
fra un Pulcinella scemo
senza capelli,
con mezza faccia,
confinato in un angolo
e una Bautta
rimasta senza
piedi né braccia,
vidi vostra Eminenza.
Indossava la porpora
come ne' giorni di solennità,
volgendomi le spalle:
un po' curva, seduta su la sedia
di damasco a righe gialle,
con rassegnata aria di povertà.
Il cielo nuvoloso lesinava la sua luce
dall'altissima finestra a inferriata,
come dentro un pozzo.
E c'era tanfo di muffa e d'umido,
Eminenza, in quel vostro abito rosso.
Ma come da palazzo Vaticano
v'eravate ridotta
a vivacchiare invalida laggiù?
Qual caso strano
vi aveva poi condotta
quell'altra miseranda compagnia?
E dalla prigionia
chi v'avrebbe ora liberata più?
Quando m'avvicinai
per leggervi sul viso la risposta
fiammeggiante di sdegno,
m'accorsi che la vostra
fronte e il naso e la bocca
eran di legno;
vidi - ma senza
maraviglia, Eminenza -
che il vostro capo grigio era di stoppa.
(Da "Antologia poetica" di Tito Marrone)
COMMENTO
Nei versi di Il manichino, di Tito Marrone, si notano molte somiglianze con Dialogo di marionette, famosa poesia di Sergio Corazzini. Visto che quest'ultima uscì nel 1906 (nella raccolta Piccolo libro inutile), e quella del Marrone fu pubblicata da una rivista nel 1907, fu il poeta siciliano a seguire i passi di Corazzini. Non mancano però altri casi in cui Marrone, coi suoi versi ispirò alcune tra le migliori poesie di Corazzini e di altri poeti crepuscolari. Se si rileggono i primi volumetti che Marrone pubblicò: Cesellature (1899), Le gemme e gli spettri (1901), Le rime del commiato (1901), Liriche (1904) e molte altre poesie che lo scrittore trapanese pubblicò in varie riviste nei primissimi anni del XX secolo, si troveranno parecchi elementi in comune coi cosiddetti poeti crepuscolari. Per tal motivo Tito Marrone, così come Arturo Graf, Cosimo Giorgieri Contri, Guelfo Civinini e altri, va considerato come un precursore del crepuscolarismo che, a sua volta, negli anni della maturità, fu influenzato e condizionato da quella stessa scuola poetica alla cui nascita egli stesso aveva dato un contributo non indifferente.
giovedì 14 agosto 2014
domenica 10 agosto 2014
Sogno
Una casetta bianca in riva al mare,
e gli attrezzi per fare il pescatore,
tornar la sera stanco a desinare
e alzarsi ogni mattina al primo albore.
Vivere lieto, di luce, d'amore,
di giovinezza ognor sul limitare,
la donna mia con me senza timore
aver liberamente... e farmi amare:
orizzonti guardar giornate intere,
volte stellate contemplar la sera...
passeggiar con l'amata a primavera,
non mancar mai di sol né di piacere.
Ecco il mio sogno ch'è da pazzo, è vero,
ma che non vuol morir nel mio pensiero.
(Dalla rivista «La Farfalla Milanese», marzo 1905)
COMMENTO
L'autore della poesia sopra riportata è Archimede Longo. Di lui si sa poco o nulla, a parte che i suoi scritti (soprattutto prose) apparvero sulla rivista La Farfalla Milanese. Le poche poesie rintracciabili mostrano un'anima romantica che sogna, immagina e agogna vite impossibili, luoghi incantevoli e amori eterni. Qualche suo verso è possibile leggerlo nel volume: Neoidealismo e rinascenza latina tra Ottocento e Novecento, a cura di Angela Ida Villa, LED, Milano 1999.
e gli attrezzi per fare il pescatore,
tornar la sera stanco a desinare
e alzarsi ogni mattina al primo albore.
Vivere lieto, di luce, d'amore,
di giovinezza ognor sul limitare,
la donna mia con me senza timore
aver liberamente... e farmi amare:
orizzonti guardar giornate intere,
volte stellate contemplar la sera...
passeggiar con l'amata a primavera,
non mancar mai di sol né di piacere.
Ecco il mio sogno ch'è da pazzo, è vero,
ma che non vuol morir nel mio pensiero.
(Dalla rivista «La Farfalla Milanese», marzo 1905)
COMMENTO
L'autore della poesia sopra riportata è Archimede Longo. Di lui si sa poco o nulla, a parte che i suoi scritti (soprattutto prose) apparvero sulla rivista La Farfalla Milanese. Le poche poesie rintracciabili mostrano un'anima romantica che sogna, immagina e agogna vite impossibili, luoghi incantevoli e amori eterni. Qualche suo verso è possibile leggerlo nel volume: Neoidealismo e rinascenza latina tra Ottocento e Novecento, a cura di Angela Ida Villa, LED, Milano 1999.
domenica 3 agosto 2014
Botteghino del lotto
Musa, poi ch'oggi io già stanco t'appaio
di seguire il bel sogno che fu nostro,
lasciami fra il sentore dell'inchiostro
che imputridisce in qualche calamaio,
fra quest'aria che sa di maleficio
e di miseria credula che pensa,
lasciami nella triste sonnolenza
di questo luogo ch'è bottega e ufficio!
Lascia ch'io guardi il volto paonazzo
dell'impiegato della scrivania
(certo ei s'intende di calligrafia
e la sua firma è tutta uno svolazzo),
lascia ch'io guardi numeri e registri
e il ritratto del re che ci governa
e ci promette un terno e una quaterna
con l'approvazione dei ministri!
Io guardo in giro. Ecco, s'adunan qua
tacitamente in fin di settimana
le suore grige dell'attesa vana:
Pigrizia, Economia, Credulità....
Io guardo in giro. E l'uomo stende il rosso
polverino su l'ultima bolletta,
ed alza gli occhi sul mio volto e aspetta
ch'io mi pronunzi: ma non so, non posso.
Che faccio io qui? Debbo giocare al lotto
anch'io? Cercar dei numeri ne' miei
sogni d'artista? Ecco: 46
5, 90, 30, 58....
COMMENTO
Il botteghino del lotto è una poesia di Marino Moretti. La versione qui presente fa parte del volume riassuntivo Poesie 1905-1914, pubblicato da Treves in Milano nel 1919. In precedenza, la poesia fu inclusa in Poesie di tutti i giorni, Ricciardi, Napoli 1911; la stesura originale presenta alcune varianti rispetto a quella sopra riportata. In seguito, Moretti la pubblicò anche in Tutte le poeise, Mondadori Milano 1966. Infine, nella nuova versione del 1966, la medesima poesia fu inserita nella raccolta antologica Gozzano e i crepuscolari (Garzanti, milano 1983).
di seguire il bel sogno che fu nostro,
lasciami fra il sentore dell'inchiostro
che imputridisce in qualche calamaio,
fra quest'aria che sa di maleficio
e di miseria credula che pensa,
lasciami nella triste sonnolenza
di questo luogo ch'è bottega e ufficio!
Lascia ch'io guardi il volto paonazzo
dell'impiegato della scrivania
(certo ei s'intende di calligrafia
e la sua firma è tutta uno svolazzo),
lascia ch'io guardi numeri e registri
e il ritratto del re che ci governa
e ci promette un terno e una quaterna
con l'approvazione dei ministri!
Io guardo in giro. Ecco, s'adunan qua
tacitamente in fin di settimana
le suore grige dell'attesa vana:
Pigrizia, Economia, Credulità....
Io guardo in giro. E l'uomo stende il rosso
polverino su l'ultima bolletta,
ed alza gli occhi sul mio volto e aspetta
ch'io mi pronunzi: ma non so, non posso.
Che faccio io qui? Debbo giocare al lotto
anch'io? Cercar dei numeri ne' miei
sogni d'artista? Ecco: 46
5, 90, 30, 58....
COMMENTO
Il botteghino del lotto è una poesia di Marino Moretti. La versione qui presente fa parte del volume riassuntivo Poesie 1905-1914, pubblicato da Treves in Milano nel 1919. In precedenza, la poesia fu inclusa in Poesie di tutti i giorni, Ricciardi, Napoli 1911; la stesura originale presenta alcune varianti rispetto a quella sopra riportata. In seguito, Moretti la pubblicò anche in Tutte le poeise, Mondadori Milano 1966. Infine, nella nuova versione del 1966, la medesima poesia fu inserita nella raccolta antologica Gozzano e i crepuscolari (Garzanti, milano 1983).
Il tema è quello ricorrente dei luoghi che, almeno un secolo or sono, erano piuttosto frequentati dalla popolazione delle città di provincia. In questo caso, il poeta si reca nel botteghino del lotto per giocare dei numeri; in quest'azione, però, non c'è nulla di entusiasmante: l'uomo sembra che vada lì tanto per fare qualcosa e non per convinzione; tant'è che, una volta all'interno del locale, guardando l'impiegato che attende le sue parole, egli si chiede il motivo per cui si trovi in quel momento proprio lì, e non ne vede alcuno; così, senza troppo pensarci, dice cinque numeri a caso e se ne va. Ritorna quindi, in questa poesia, la sensazione di noia e d'inutilità che contraddistingue la migliore poesia di Moretti, e che è anche uno degli elementi identificativi della poesia crepuscolare.
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| Marino Moretti (1885-1979) |
lunedì 21 luglio 2014
Il cancello
L’oscuro viale dai mille cipressi
che porta al cancello del grande piazzale
è aperto a la gente.
Soltanto il cancello non s’apre.
Va e viene la gente pel lungo viale
che il sole soltanto non lascia passare,
si sosta al cancello che à cento colonne di ferro
la gente a guardare.
In una carretta ch’è piccolo letto
due monache nere conducono attorno
pel grande piazzale, il Signore,
padrone del grande castello.
Cent’anni à il Signore
padrone del grande castello!
Lo portano attorno due monache nere,
attorno al castello ch’è in mezzo al piazzale.
Non ode non vede la gente
che al vano dei ferri del grande cancello
sta ferma a guardare.
Va e viene la gente pel lungo viale
che il sole soltanto non lascia passare,
si sosta al cancello che à cento colonne di ferro
la gente a guardare.
Ogn’anno a quel grande cancello
s’aggiunge una nuova colonna di ferro:
il posto d’un altro a guardare.
NOTA
La poesia Il cancello è di Aldo Palazzeschi; fa parte della raccolta I cavalli bianchi, pubblicata a spese del poeta, in Firenze nel 1905. Ora la si trova alla pagina 8 del volume Tutte le poesie, Mondadori, Milano 2002, che raccoglie l'intera opera in versi di Palazzeschi.
che porta al cancello del grande piazzale
è aperto a la gente.
Soltanto il cancello non s’apre.
Va e viene la gente pel lungo viale
che il sole soltanto non lascia passare,
si sosta al cancello che à cento colonne di ferro
la gente a guardare.
In una carretta ch’è piccolo letto
due monache nere conducono attorno
pel grande piazzale, il Signore,
padrone del grande castello.
Cent’anni à il Signore
padrone del grande castello!
Lo portano attorno due monache nere,
attorno al castello ch’è in mezzo al piazzale.
Non ode non vede la gente
che al vano dei ferri del grande cancello
sta ferma a guardare.
Va e viene la gente pel lungo viale
che il sole soltanto non lascia passare,
si sosta al cancello che à cento colonne di ferro
la gente a guardare.
Ogn’anno a quel grande cancello
s’aggiunge una nuova colonna di ferro:
il posto d’un altro a guardare.
NOTA
La poesia Il cancello è di Aldo Palazzeschi; fa parte della raccolta I cavalli bianchi, pubblicata a spese del poeta, in Firenze nel 1905. Ora la si trova alla pagina 8 del volume Tutte le poesie, Mondadori, Milano 2002, che raccoglie l'intera opera in versi di Palazzeschi.
Rompicoglioni
Rompicoglioni al mare e in montagna,
rompicoglioni dalla Francia e dalla Spagna.
Rompicoglioni in aereo e in treno,
rompicoglioni ad Ascoli Piceno.
Rompicoglioni al bar e al ristorante,
rompicoglioni da vicino e da distante.
Rompicoglioni a casa e in chiesa,
rompicoglioni a Torino e a Stresa.
Rompicoglioni al lavoro e al riposo,
rompicoglioni a Ruino e a Belgioioso.
Rompicoglioni al mercato e in latteria,
rompicoglioni dovunque tu sia.
Rompicoglioni alla radio e in tivvù:
di rompicoglioni non ne posso più!
rompicoglioni dalla Francia e dalla Spagna.
Rompicoglioni in aereo e in treno,
rompicoglioni ad Ascoli Piceno.
Rompicoglioni al bar e al ristorante,
rompicoglioni da vicino e da distante.
Rompicoglioni a casa e in chiesa,
rompicoglioni a Torino e a Stresa.
Rompicoglioni al lavoro e al riposo,
rompicoglioni a Ruino e a Belgioioso.
Rompicoglioni al mercato e in latteria,
rompicoglioni dovunque tu sia.
Rompicoglioni alla radio e in tivvù:
di rompicoglioni non ne posso più!
sabato 15 marzo 2014
Le cose che fanno la primavera
L'acqua rimbalzante dei passeri sui tetti.
La ghirlanda umida di viole che le rondini
sospendono intorno al cornicione della casa,
all'alba.
L'ombrello verde del mendicante di campagna
che va in elemosina sotto la pioggia.
L'organo di Barberia che suona nel sobborgo
il valzer triste della Vedova Allegra.
Le bianche nuvole di polvere
che corron dietro agli automobili.
Le lucciole nel camposanto.
Il giardiniere che vernicia i sedili di legno del viale.
L'innaffiatoio rosso abbandonato nel cortile.
Il ciuffo d'erba fresca nella gronda.
E la fontana che fa la piscia
dentro il suo cerchio,
mentre passan le guardie, col bastone
sotto il braccio, senza far contravvenzione.
L'asino del frate cercatore
che s'impuntiglia in mezzo alla strada
a non voler andar più avanti
malgrado le legnate del padrone,
perché è passata l'asina dell'ortolano.
Una rosa finta nel cappello
d'una signora divorabile.
E quella nuvola fanciulla
che si dondola laggiù
voluttuosamente
rinfrescando tutto il cielo
del roseo delle sue gambe ignude,
sull'altalena della doppia voce
del cuculo.
NOTA
Questa poesia è di Corrado Govoni e fa parte della raccolta L'inaugurazione della primavera, Taddei, Ferrara 1915; nella seconda edizione, uscita presso lo stesso editore nel 1920, la si trova alle pagine 161 e 162.
La ghirlanda umida di viole che le rondini
sospendono intorno al cornicione della casa,
all'alba.
L'ombrello verde del mendicante di campagna
che va in elemosina sotto la pioggia.
L'organo di Barberia che suona nel sobborgo
il valzer triste della Vedova Allegra.
Le bianche nuvole di polvere
che corron dietro agli automobili.
Le lucciole nel camposanto.
Il giardiniere che vernicia i sedili di legno del viale.
L'innaffiatoio rosso abbandonato nel cortile.
Il ciuffo d'erba fresca nella gronda.
E la fontana che fa la piscia
dentro il suo cerchio,
mentre passan le guardie, col bastone
sotto il braccio, senza far contravvenzione.
L'asino del frate cercatore
che s'impuntiglia in mezzo alla strada
a non voler andar più avanti
malgrado le legnate del padrone,
perché è passata l'asina dell'ortolano.
Una rosa finta nel cappello
d'una signora divorabile.
E quella nuvola fanciulla
che si dondola laggiù
voluttuosamente
rinfrescando tutto il cielo
del roseo delle sue gambe ignude,
sull'altalena della doppia voce
del cuculo.
NOTA
Questa poesia è di Corrado Govoni e fa parte della raccolta L'inaugurazione della primavera, Taddei, Ferrara 1915; nella seconda edizione, uscita presso lo stesso editore nel 1920, la si trova alle pagine 161 e 162.
mercoledì 12 febbraio 2014
A Cesena
Piove. È mercoledì. Sono a Cesena
ospite della mia sorella sposa,
sposa da sei, da sette mesi appena.
Batte la pioggia il grigio borgo, lava
la faccia delle case senza posa,
schiuma a piè delle gronde come bava.
Tu mi sorridi. Io sono triste. E forse
triste è per te la pioggia cittadina,
il nuovo amore che non ti soccorse,
il sogno che non ti avvizzì, sorella
che guardi me con occhio che si ostina
a dirmi bella la tua vita: bella,
bella! Oh bambina, sorellina, o nuora,
o sposa, io vedo tuo marito, sento
a chi dici ora mamma, a una signora;
So che quell'uomo è il suocero dabbene
che dopo il lauto pasto è sonnolento,
il babbo che ti vuole un po' di bene....
«Mamma!» tu chiami, e le sorridi e vuoi
ch'io sia gentile, vuoi ch'io le sorrida,
ch'io le parli de' miei viaggi; e poi,
poi quando siamo soli (oh come piove!)
mi dici, rauca, di non so che sfìda
corsa ieri tra voi; e dici dove,
quando, come, perchè; ripeti ancora
quando, come, perchè; chiedi consiglio
con un sorriso non più tuo, di nuora.
Parli d'una cognata quasi avara
che viene spesso per casa col figlio
e non sai se temerla o averla cara;
parli del nonno ch' è quasi al tramonto,
il nonno ricco del tuo Dino, e dici:
«Vedrai, vedrai se lo terrò da conto!»;
parli della città, delle signore
che già conosci, di giorni felici,
di libertà, d'amor proprio, d'amore....
Piove. È mercoledì. Sono a Cesena,
sono a Cesena e mia sorella è qui,
tutta d'un uomo ch'io conosco appena.
tra nuova gente, nuove cure, nuove
tristezze, e a me così parla, così
parla, senza dolcezza, mentre piove:
«La mamma nostra t'avrà detto che....
E poi si vede, ora si vede e come!...
Sì, sono incinta.... Troppo presto, ahimè!...
Sai che non voglio balia? che ho speranza
d'allattarlo da me?... Cerchiamo un nome....
Ho fortuna: è una buona gravidanza....»
Ancora parli, ancora parli; e guardi
le cose intorno. Piove. S'avvicina
l'ombra grigiastra. Suona l'ora. È tardi.
E l'anno scorso eri così bambina!
NOTA
A Cesena è la poesia più famosa e più antologizzata di Marino Moretti; comparve per la prima volta nel volume Il giardino dei frutti, Ricciardi, Napoli 1915 e fu poi compresa in tutte le raccolte riassuntive del poeta romagnolo.
ospite della mia sorella sposa,
sposa da sei, da sette mesi appena.
Batte la pioggia il grigio borgo, lava
la faccia delle case senza posa,
schiuma a piè delle gronde come bava.
Tu mi sorridi. Io sono triste. E forse
triste è per te la pioggia cittadina,
il nuovo amore che non ti soccorse,
il sogno che non ti avvizzì, sorella
che guardi me con occhio che si ostina
a dirmi bella la tua vita: bella,
bella! Oh bambina, sorellina, o nuora,
o sposa, io vedo tuo marito, sento
a chi dici ora mamma, a una signora;
So che quell'uomo è il suocero dabbene
che dopo il lauto pasto è sonnolento,
il babbo che ti vuole un po' di bene....
«Mamma!» tu chiami, e le sorridi e vuoi
ch'io sia gentile, vuoi ch'io le sorrida,
ch'io le parli de' miei viaggi; e poi,
poi quando siamo soli (oh come piove!)
mi dici, rauca, di non so che sfìda
corsa ieri tra voi; e dici dove,
quando, come, perchè; ripeti ancora
quando, come, perchè; chiedi consiglio
con un sorriso non più tuo, di nuora.
Parli d'una cognata quasi avara
che viene spesso per casa col figlio
e non sai se temerla o averla cara;
parli del nonno ch' è quasi al tramonto,
il nonno ricco del tuo Dino, e dici:
«Vedrai, vedrai se lo terrò da conto!»;
parli della città, delle signore
che già conosci, di giorni felici,
di libertà, d'amor proprio, d'amore....
Piove. È mercoledì. Sono a Cesena,
sono a Cesena e mia sorella è qui,
tutta d'un uomo ch'io conosco appena.
tra nuova gente, nuove cure, nuove
tristezze, e a me così parla, così
parla, senza dolcezza, mentre piove:
«La mamma nostra t'avrà detto che....
E poi si vede, ora si vede e come!...
Sì, sono incinta.... Troppo presto, ahimè!...
Sai che non voglio balia? che ho speranza
d'allattarlo da me?... Cerchiamo un nome....
Ho fortuna: è una buona gravidanza....»
Ancora parli, ancora parli; e guardi
le cose intorno. Piove. S'avvicina
l'ombra grigiastra. Suona l'ora. È tardi.
E l'anno scorso eri così bambina!
NOTA
A Cesena è la poesia più famosa e più antologizzata di Marino Moretti; comparve per la prima volta nel volume Il giardino dei frutti, Ricciardi, Napoli 1915 e fu poi compresa in tutte le raccolte riassuntive del poeta romagnolo.
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