venerdì 28 giugno 2013

Rimuore

Fine d'un giorno: nella vecchia stanza
sui ritratti dei morti, alle pareti,
anche una volta muoiono i segreti
sorrisi, poiché l'ombra avida avanza.

Son venute due donne, cui l'Assente
guarda con occhio d'angelo in esiglio:
l'una pensa il fratello, e l'altra il figlio
che dorma un sonno di convalescente...

E si tacciono per non ridestarlo:
grave il silenzio nella polverosa
stanza, odorata di cera e di rosa...
A quando a quando, il rosicchio di un tarlo.

- Com'era bello! È morto a sedici anni,
nel suo collegio, è morto d'etisia,
senza saperlo, senza l'agonia,
è morto a sedici anni! a sedici anni! -

- Era l'aprile e lui se ne morì...
E guardava i pavoni nel cortile,
lenti, tra le colonne: il due aprile!
Com'era bello vestito così -

L'ultima luce indugia tra i fiorami
delle cortine, e già s'è fatta sera:
ridono nella falsa primavera
uccelli strani sopra rosei rami...

Dal dolce sonno il bel convalescente
s'è desto per la vergine sorella...
vanno pei campi, seguendo una stella,
(quante d'agosto!) una stella cadente...

Non pensa le fiorite dei ciliegi
l'altra, se guardi ai pallidi fiorami,
ma certi libri antichi di botanica,
a fin d'anno donati nei collegi...

(Da "Poesie provinciali" di Fausto Maria Martini, Ricciardi, Napoli 1910)




COMMENTO

In Rimuore, il giovane collegiale morto a sedici anni, rievocato da un suo ritratto nella polverosa stanza «odorata di cera e di rosa», ricorda certo il collegiale di Francis Jammes in Il y a par là¹; ma proprio la puntuale reminiscenza rileva la deviazione del modello. Il collegiale di Jammes s'inserisce nell'evocazione di vecchie cose e persone morte, è soltanto un particolare tra gli altri che creano l'atmosfera melanconica del vecchio castello; quello di Martini è l'oggetto quasi unico della poesia, cioè l'adolescente, l'ambiente del collegio, con quell'insistere sull'aprile, mese di rinascita della natura e delle speranze umane, che contrasta con la morte del giovane, e ritornerà come suo tema prediletto. E soprattutto quel che muore è lui nel ritratto, una seconda volta, non nella «chambre froide», ma in quella quasi conventuale, «odorata di cera e di rosa», come gli ambienti cari ai crepuscolari romani in vena di emozioni pseudo-religiose. Muore nel ritratto, come le cose abbandonate dagli uomini ma capaci di rivivere in virtù del ricordo.

(Aurelia Accame Bobbio)




NOTE

1) Ecco, per completezza, la poesia citata di Jammes in lingua originale:

IL Y A PAR LA'

Il y a par là un vieux château triste et gris
comme mon cœur, où quand il tombe de la pluie
dans la cour abandonnée des pavots plient
sous l’eau lourde qui les effeuille et les pourrit.

Autrefois, sans doute, la grille était ouverte,
et dans la maison les vieux courbés se chauffaient
auprès d’un paravent à la bordure verte
où il y avait les quatre saisons coloriées.

On annonçait les Percival, les Demonville
qui arrivaient, dans leurs voitures, de la ville.
Et dans le vieux salon soudain plein de gaîté,
les vieux se présentaient leurs civilités.

Puis les enfants allaient jouer à cache-cache
ou bien chercher des œufs. Puis dans les froides chambres
ils revenaient voir les grands portraits aux yeux blancs,
ou, sur la cheminée, de drôles coquillages.

Et pendant ce temps les vieux parents se parlaient
de quelque petit-fils au portrait peint à l’huile,
disant : il était mort des fièvres typhoïdes,
au collège. Que son uniforme lui allait !

La mère qui vivait encore se souvenait
de ce cher fils mort presque au moment des vacances,
à l’époque où les feuilles épaisses se balancent
dans les grandes chaleurs auprès des ruisseaux frais.

Pauvre enfant ! — disait-elle — il aimait tant sa mère,
il évitait toujours de faire de la peine.
Et elle pleurait encore en se rappelant
ce pauvre fils très simple et bon, mort à seize ans.

Maintenant la mère est morte aussi. Que c’est triste.
C’est triste comme mon cœur par ce jour de pluie,
et comme cette grille où les pavots roses plient
sous l’eau de pluie lourde qui luit et qui les pourrit.

(Da "De l’Angélus de l’aube à l’Angélus du soir: 1888-1897") 

martedì 25 giugno 2013

Il «voltagabbana»

Cercano il voltagabbana
per fucilarlo.

Con alle tempia
la pistola
sono sereno

come se il terremoto
m'avesse squassato
la coscienza.

Riemergono i volti
dei morti compagni:
con loro ho creduto
ubbidito
combattuto.

Lui ci misurava
dai garretti
il prete ci benediva
e il re ci mandava
a morire: Savoia!

I partigiani
mi scrutano dentro:
parlottano
con la pistola puntata.

Avanti: ti mettiamo 
alla prova.

(Da "Il voltagabbana" di Davide Lajolo, Mondadori, Milano 1963)




Davide Lajolo nacque a Vinchio (Asti) nel 1912 e morì a Roma nel 1984. Militante fascista, partecipò alla seconda guerra mondiale e, dopo varie vicissitudini, entrò a far parte della Resistenza. È stato redattore capo e direttore dell'«Unità», parlamentare, autore di romanzi (Classe 1912, 1953; Quaranta giorni, quaranta notti, 1955; Il voltagabbana, 1963), saggi (Cultura e politica in Pavese e Fenoglio, 1971) e poesie (Nel cerchio dell'ultimo sole, 1940)



Parco umido

Il parco è serrato serrato serrato,
serrato da un muro ch'è lungo
le miglia le miglia le miglia,
da un muro coperto di muffe,
coperto di verdi licheni,
grondante di dense fanghiglie.
Né un varco soltanto nel parco traspare
né un foro vi luce,
soltanto si posson le muffe cadenti
vedere, soltanto
le dense fanghiglie grondanti.
Altissimi i cedri ne passano il muro,
i pini dal fusto robusto ne sporgon l'ombrello 
s'innalzan cipressi, rossastre magnolie,
e salici, e salici tanti
piangenti di pianti lontani,
che mischian sul muro cadenti
le lagrime ai verdi licheni,
a grige fanghiglie grondanti.
Di fuori ecco il parco serrato,
serrato da un muro
eh'è lungo le miglia e le miglia.
Fra l'ombre, fra l'ombre potenti
nel folto degli alberi grandi
soltanto tre donne s'aggirano lento,
bellissime donne: Regine Parenti.
S'aggirano lento in silenzio
ne l'ombre del parco serrato,
pesante trascinano il manto di lutto, le Donne,
coperte da un velo
che appena il pallore del volto ne scopre.

(Da "Lanterna" di Aldo Palazzeschi, Balnc, Firenze1907)




COMMENTO

Il paesaggio crepuscolare si smorza nei toni, nei colori, soffoca la luce, si restringe all'interno di perimetri ben delimitati, recintati, che solo apparentemente chiudono l'orizzonte all'uomo e al poeta. Gli orti delle case, dei conventi, i giardini, i parchi delle ville, i solai, i salotti sono il nuovo spazio entro cui si muove e nei quali scopre e ricorda l'universo intorno.
Questa nuova visione topica e percettiva di una natura cintata da mura ricoperte da muffe e fanghiglia, senza che un filo di luce possa penetrarvi, diventa un pretesto per Palazzeschi per indicare uno stato d'animo di solitudine, di malattia della coscienza.

(Da "Invito a conoscere il crepuscolarismo" di Antonio Quatela, Mursia, Milano 1988)

sabato 22 giugno 2013

Tramonto triste

Quando piove d'autunno, e a poco a poco
Rabbrividendo ogni albero si spoglia
E per il mondo passa un sospir fioco,

Folle o bambino, sento in me la voglia
Di piangere pur io col ciel, co' rami
Quasi varcassi paurosa soglia.

Eppur d'inverno i dì son brevi e grami,
E il sonno è lungo, e la speranza dorme
Accanto al fuoco, tra i vecchi legnami:

Passano l'ore e son tacite l'orme
Sul nostro cuore, ed i fremiti ha cupi
Il vento, e i sogni hanno placide forme:

Muoiono i vecchi, discendono i lupi.

(Da "Veli" di Francesco §Giacomucci, Pierro, Napoli 1898)





Francesco Giacomucci nacque a Vasto nel 1872 e morì a Napoli nel 1950. Dopo la laurea in Giurisprudenza iniziò a collaborare con varie riviste letterarie e nel contempo iniziò la carriera professionale fino a divenire magistrato di fama nazionale. In gioventù scrisse versi di sapore dannunziano e decadente che pubblicò in due volumi: "Caro infirma" (1895) e "Veli" (1898).

Chiesa rurale

Nel mattino riposa
la chiesa umile e cheta:
quasi la rende lieta
un chiarore di rosa.

Vanisce un'alta pace
fra i dipinti sbiaditi:
negli scanni scolpiti
stride il tarlo, tenace,

fra i parati turchini:
dal vecchio sfondo d'oro
guardan rigidi il coro
tre santi bizantini.

Saettando fra' travi
van le rondini a' nidi,
liete, con brevi gridi:
giungon di fuori soavi

i profumi del prato:
per la navata cheta
olisce la segreta
poesia del passato.

Ella un dì qui pregò
pel mio, pel suo peccato.
Oh, l'han riconsacrato
il luogo ove passò

la carezza odorosa
della veste di seta?
La chiesa umile e cheta
nella pace riposa.

(Da "L'Urna" di Guelfo Civinini, Alighieri, Roma 1900)




COMMENTO

"Chiesa rurale" di Guelfo Civinini (Livorno 1873 - Roma 1954) rientra di diritto in quella categoria poetica che mostra un repertorio tematico ben preciso, quello cioè rientrante nella sfera del sacro, molto sfruttato sia da alcuni poeti decadenti che, in seguito, da alcuni poeti crepuscolari. Si assiste infatti, soprattutto nei primissimi anni del XX secolo, all'apparizione di una gran quantità di versi (presenti su riviste o in volumi) che parlano di chiese, santi, suore, ceri, lampade votive, preghiere, tabernacoli, madonnine e ancora altri oggetti o personaggi attinenti alla religione cristiana. Civinini, insieme a Diego Angeli, fu uno dei poeti che inserirono maggiormente, nelle loro poesie, questi elementi citati; per tal motivo (e non solo) alcuni critici parlarono e parlano, a proposito di certa poesia primo-novecentesca, di neomisticismo.

martedì 18 giugno 2013

Una croce

Quando mi han seppellito hanno scambiato la croce.
Un uomo panciuto viene assai di lontano
con lo spolverino e gli occhiali
e piange sulla mia tomba.

Mi porta dei fiori.
Ha detto che mi farà fare una colonna di marmo
ed una cassa nuova.

Talvolta amerei di sapere
per chi
quel buon uomo mi prende.
È lo stesso; ma credo
che se lo sapesse
rimarrebbe seccato.

(Da "La chitarra del fante" di Giuseppe Steiner, Porta, Piacenza 1920)




Giuseppe Steiner nacque ad Urbino nel 1898 e morì a Torino nel 1964. Pubblicò la sua prima raccolta poetica: "La chitarra del fante", nel 1920, mettendo in luce la sua straordianria ironia unita ad una spiccata fantasia che lo inseriscono nella migilore lirica futurista. Proseguì la sua militanza nel movimento marinettiano con "Stati d'animo diseganti" (1923), opera altamente sperimentale. Il suo ultimo volume di versi uscì nel 1939, col titolo: "Nostalgie del profondo".

Assonanze

Due alcioni
su l'infinito mare,
un mare grigio con dei toni
tediosi d'un pallor crepuscolare.

Una piuma 
di cigno, galleggiante
in un palude tra la spuma
che ribolle dalla triste acqua sognante.

Una stanza
solitaria e silente,
dove ondeggia l'acre fragranza
delle cose abbandonate lungamente.

Una bianca
malata in un gran letto
profondo, che piega la stanca
fronte in atto di languore sopra il petto.

Un amore
lungamente taciuto,
lungamente chiuso nel cuore,
lungamente dall'amante sconosciuto.

    Roma.

(Da "L'Oratorio D'Amore. 1893-1903" di Diego Angeli, Alighieri, Roma-Milano 1904)



COMMENTO

Già nella sua prima raccolta poetica: "La Città di Vita" (1896), Diego Angeli (Firenze 1869 - Roma 1937) aveva mostrato quelle peculiarità che si rafforzarono in "Oratorio D'Amore" (1904), ovvero nel suo volume di versi più cospicuo e interessante. Atmosfere decadenti che soventemente si materializzano in un senso di lento disfacimento predominano nella raccolta citata, alle quali si uniscono, come si evince dalla poesia "Assonanze" (la prima delle tre che portano il medesimo titolo nel libro), evidenti tracce di crepuscolarismo: il "mare grigio", il "pallor crepuscolare", i "toni tediosi", la "triste acqua sognante", la "stanza solitaria e silente", le "cose abbandonate", la "bianca malata" e la "stanca fronte" formano una parte consistente del repertorio caro a poeti come Sergio Corazzini, Corrado Govoni ed altri crepuscolari minori. Certamente Angeli non può essere inserito nel gruppo sia per ragioni anagrafiche che per una sostanziale diversità di fondo; è indubbio però che in parte il poeta toscano abbia influenzato alcune tematiche dei crepuscolari, in particolare quelle del cenacolo romano.