Tre santi, tre signori
di ghiaccio, tre pallori,
dormon, gli occhi socchiusi, dentro grotte
lontane, e solo a notte
sporgono fuori i volti.
Stanno d'attorno accolti
accidiosi e torpono i paesaggi.
Attendono quei saggi
l'inverno per lasciare la dimora.
Poi vanno ove scolora
la neve in bianco i campi ed i paesi,
a chiedere cortesi
un rifugio alle genti.
Ma dovunque si volgan quegli accenti,
ghiaccian uomini e cose.
Cercano popolose
contrade, e per le ville
lasciano a mille a mille
le vittime. Colpite
di gelo, irrigidite
formano lunghe file sul cammino.
Volgon le piante in pietre: e l'occhio sino
all'estremo confine
scorge solo rovine
di cose già vissute ed ora morte.
Ma quando le sue porte
apre nel cielo primavera, scioglie
il sole dalle spoglie
rigide quei ghiacciati.
Tornano allora i tre agli abbandonati
luoghi e alle grotte,
donde soltanto a notte
sporgono i visi bianchi.
Quivi riposan quei tre corpi stanchi,
sin che li chiami un novo
inverno fuori del lontano covo.
(Pier Angelo Baratono)
NOTA
I santi di ghiaccio è la poesia II della sezione Fiabe di Novalba che Pier Angelo Baratono firma in Sparvieri, di Ad. e P. A. Baratono, con acquaforte di E. De Albertis, edito dagli autori, Genova 1900, pp. 46-47.
PIER ANGELO BARATONO (Roma 1880 - Trento 1927). Appena ventenne pubblicò insieme al fratello Adelchi, il suo unico volume di versi: Sparvieri (1900); si dedicò poi alla critica letteraria e alla scrittura di romanzi e novelle di argomento comico. Le sue poesie anticipano in parte i temi delle sue prose caratterizzate dalla descrizione di personaggi singolari e misteriosi.
(dall'antologia: "Dal simbolismo al déco", Einaudi 1981 e dal blog "cose e ombre")
sabato 1 novembre 2014
domenica 21 settembre 2014
Non t'illudere
Non t'illudere, fratello,
se il cielo è tutto di rosa
e l'anima riposa
sotto il suo triste fardello:
sappilo, non ti rimane
che un pezzo di pane.
Non t'illudere per via
se in ora crepuscolare
tutto qui sembra affrettare
l'ansia dell'avemaria:
sappilo, non ti rimane
che un suon di campane.
Non t'illudere: hai finito
di pretendere qualcosa:
colta hai l'ultima tua rosa,
l'hai sciupata in un convito:
è molto se ti rimane
fedele il tuo cane.
COMMENTO
"Non t'illudere" è il titolo di una poesia di Marino Moretti (Cesenatico 1885 - ivi 1979) che fu pubblicata per la prima volta nella raccolta "Poesie scritte col lapis", Ricciardi, Napoli 1910. Esclusa nel 1919 da "Poesie (1905-1915)", ricomparve nel 1949 in una raccolta antologica di Moretti che portava il medesimo titolo di quella in cui apparve inizialmente. Presente è anche in "Tutte le poesie" (Mondadori, Milano 1966) con alcune varianti. In simil forma fu ripresentata in una nuova antologia avente ancora una volta il titolo: "Poesie scritte col lapis", uscita nel 1970 presso la Mondadori. Il tema è quello delle illusioni: il poeta esorta fraternamente il lettore ad abbandonare ogni illusione ed a prendere atto della realtà delle cose, pur se questa si presenti in modo crudo e doloroso. Da ricordare che anche Sergio Corazzini, qualche anno prima, aveva dedicato una composizione in versi allo stesso argomento (la poesia s'intitola: "Le illusioni" e si trova nella raccolta "Libro per la sera della domenica").
se il cielo è tutto di rosa
e l'anima riposa
sotto il suo triste fardello:
sappilo, non ti rimane
che un pezzo di pane.
Non t'illudere per via
se in ora crepuscolare
tutto qui sembra affrettare
l'ansia dell'avemaria:
sappilo, non ti rimane
che un suon di campane.
Non t'illudere: hai finito
di pretendere qualcosa:
colta hai l'ultima tua rosa,
l'hai sciupata in un convito:
è molto se ti rimane
fedele il tuo cane.
COMMENTO
"Non t'illudere" è il titolo di una poesia di Marino Moretti (Cesenatico 1885 - ivi 1979) che fu pubblicata per la prima volta nella raccolta "Poesie scritte col lapis", Ricciardi, Napoli 1910. Esclusa nel 1919 da "Poesie (1905-1915)", ricomparve nel 1949 in una raccolta antologica di Moretti che portava il medesimo titolo di quella in cui apparve inizialmente. Presente è anche in "Tutte le poesie" (Mondadori, Milano 1966) con alcune varianti. In simil forma fu ripresentata in una nuova antologia avente ancora una volta il titolo: "Poesie scritte col lapis", uscita nel 1970 presso la Mondadori. Il tema è quello delle illusioni: il poeta esorta fraternamente il lettore ad abbandonare ogni illusione ed a prendere atto della realtà delle cose, pur se questa si presenti in modo crudo e doloroso. Da ricordare che anche Sergio Corazzini, qualche anno prima, aveva dedicato una composizione in versi allo stesso argomento (la poesia s'intitola: "Le illusioni" e si trova nella raccolta "Libro per la sera della domenica").
giovedì 14 agosto 2014
Il manichino
In uno studio di via Margutta,
rifugio estremo
degli orpelli
naufragati nelle vendite;
fra un Pulcinella scemo
senza capelli,
con mezza faccia,
confinato in un angolo
e una Bautta
rimasta senza
piedi né braccia,
vidi vostra Eminenza.
Indossava la porpora
come ne' giorni di solennità,
volgendomi le spalle:
un po' curva, seduta su la sedia
di damasco a righe gialle,
con rassegnata aria di povertà.
Il cielo nuvoloso lesinava la sua luce
dall'altissima finestra a inferriata,
come dentro un pozzo.
E c'era tanfo di muffa e d'umido,
Eminenza, in quel vostro abito rosso.
Ma come da palazzo Vaticano
v'eravate ridotta
a vivacchiare invalida laggiù?
Qual caso strano
vi aveva poi condotta
quell'altra miseranda compagnia?
E dalla prigionia
chi v'avrebbe ora liberata più?
Quando m'avvicinai
per leggervi sul viso la risposta
fiammeggiante di sdegno,
m'accorsi che la vostra
fronte e il naso e la bocca
eran di legno;
vidi - ma senza
maraviglia, Eminenza -
che il vostro capo grigio era di stoppa.
(Da "Antologia poetica" di Tito Marrone)
COMMENTO
Nei versi di Il manichino, di Tito Marrone, si notano molte somiglianze con Dialogo di marionette, famosa poesia di Sergio Corazzini. Visto che quest'ultima uscì nel 1906 (nella raccolta Piccolo libro inutile), e quella del Marrone fu pubblicata da una rivista nel 1907, fu il poeta siciliano a seguire i passi di Corazzini. Non mancano però altri casi in cui Marrone, coi suoi versi ispirò alcune tra le migliori poesie di Corazzini e di altri poeti crepuscolari. Se si rileggono i primi volumetti che Marrone pubblicò: Cesellature (1899), Le gemme e gli spettri (1901), Le rime del commiato (1901), Liriche (1904) e molte altre poesie che lo scrittore trapanese pubblicò in varie riviste nei primissimi anni del XX secolo, si troveranno parecchi elementi in comune coi cosiddetti poeti crepuscolari. Per tal motivo Tito Marrone, così come Arturo Graf, Cosimo Giorgieri Contri, Guelfo Civinini e altri, va considerato come un precursore del crepuscolarismo che, a sua volta, negli anni della maturità, fu influenzato e condizionato da quella stessa scuola poetica alla cui nascita egli stesso aveva dato un contributo non indifferente.
rifugio estremo
degli orpelli
naufragati nelle vendite;
fra un Pulcinella scemo
senza capelli,
con mezza faccia,
confinato in un angolo
e una Bautta
rimasta senza
piedi né braccia,
vidi vostra Eminenza.
Indossava la porpora
come ne' giorni di solennità,
volgendomi le spalle:
un po' curva, seduta su la sedia
di damasco a righe gialle,
con rassegnata aria di povertà.
Il cielo nuvoloso lesinava la sua luce
dall'altissima finestra a inferriata,
come dentro un pozzo.
E c'era tanfo di muffa e d'umido,
Eminenza, in quel vostro abito rosso.
Ma come da palazzo Vaticano
v'eravate ridotta
a vivacchiare invalida laggiù?
Qual caso strano
vi aveva poi condotta
quell'altra miseranda compagnia?
E dalla prigionia
chi v'avrebbe ora liberata più?
Quando m'avvicinai
per leggervi sul viso la risposta
fiammeggiante di sdegno,
m'accorsi che la vostra
fronte e il naso e la bocca
eran di legno;
vidi - ma senza
maraviglia, Eminenza -
che il vostro capo grigio era di stoppa.
(Da "Antologia poetica" di Tito Marrone)
COMMENTO
Nei versi di Il manichino, di Tito Marrone, si notano molte somiglianze con Dialogo di marionette, famosa poesia di Sergio Corazzini. Visto che quest'ultima uscì nel 1906 (nella raccolta Piccolo libro inutile), e quella del Marrone fu pubblicata da una rivista nel 1907, fu il poeta siciliano a seguire i passi di Corazzini. Non mancano però altri casi in cui Marrone, coi suoi versi ispirò alcune tra le migliori poesie di Corazzini e di altri poeti crepuscolari. Se si rileggono i primi volumetti che Marrone pubblicò: Cesellature (1899), Le gemme e gli spettri (1901), Le rime del commiato (1901), Liriche (1904) e molte altre poesie che lo scrittore trapanese pubblicò in varie riviste nei primissimi anni del XX secolo, si troveranno parecchi elementi in comune coi cosiddetti poeti crepuscolari. Per tal motivo Tito Marrone, così come Arturo Graf, Cosimo Giorgieri Contri, Guelfo Civinini e altri, va considerato come un precursore del crepuscolarismo che, a sua volta, negli anni della maturità, fu influenzato e condizionato da quella stessa scuola poetica alla cui nascita egli stesso aveva dato un contributo non indifferente.
domenica 10 agosto 2014
Sogno
Una casetta bianca in riva al mare,
e gli attrezzi per fare il pescatore,
tornar la sera stanco a desinare
e alzarsi ogni mattina al primo albore.
Vivere lieto, di luce, d'amore,
di giovinezza ognor sul limitare,
la donna mia con me senza timore
aver liberamente... e farmi amare:
orizzonti guardar giornate intere,
volte stellate contemplar la sera...
passeggiar con l'amata a primavera,
non mancar mai di sol né di piacere.
Ecco il mio sogno ch'è da pazzo, è vero,
ma che non vuol morir nel mio pensiero.
(Dalla rivista «La Farfalla Milanese», marzo 1905)
COMMENTO
L'autore della poesia sopra riportata è Archimede Longo. Di lui si sa poco o nulla, a parte che i suoi scritti (soprattutto prose) apparvero sulla rivista La Farfalla Milanese. Le poche poesie rintracciabili mostrano un'anima romantica che sogna, immagina e agogna vite impossibili, luoghi incantevoli e amori eterni. Qualche suo verso è possibile leggerlo nel volume: Neoidealismo e rinascenza latina tra Ottocento e Novecento, a cura di Angela Ida Villa, LED, Milano 1999.
e gli attrezzi per fare il pescatore,
tornar la sera stanco a desinare
e alzarsi ogni mattina al primo albore.
Vivere lieto, di luce, d'amore,
di giovinezza ognor sul limitare,
la donna mia con me senza timore
aver liberamente... e farmi amare:
orizzonti guardar giornate intere,
volte stellate contemplar la sera...
passeggiar con l'amata a primavera,
non mancar mai di sol né di piacere.
Ecco il mio sogno ch'è da pazzo, è vero,
ma che non vuol morir nel mio pensiero.
(Dalla rivista «La Farfalla Milanese», marzo 1905)
COMMENTO
L'autore della poesia sopra riportata è Archimede Longo. Di lui si sa poco o nulla, a parte che i suoi scritti (soprattutto prose) apparvero sulla rivista La Farfalla Milanese. Le poche poesie rintracciabili mostrano un'anima romantica che sogna, immagina e agogna vite impossibili, luoghi incantevoli e amori eterni. Qualche suo verso è possibile leggerlo nel volume: Neoidealismo e rinascenza latina tra Ottocento e Novecento, a cura di Angela Ida Villa, LED, Milano 1999.
domenica 3 agosto 2014
Botteghino del lotto
Musa, poi ch'oggi io già stanco t'appaio
di seguire il bel sogno che fu nostro,
lasciami fra il sentore dell'inchiostro
che imputridisce in qualche calamaio,
fra quest'aria che sa di maleficio
e di miseria credula che pensa,
lasciami nella triste sonnolenza
di questo luogo ch'è bottega e ufficio!
Lascia ch'io guardi il volto paonazzo
dell'impiegato della scrivania
(certo ei s'intende di calligrafia
e la sua firma è tutta uno svolazzo),
lascia ch'io guardi numeri e registri
e il ritratto del re che ci governa
e ci promette un terno e una quaterna
con l'approvazione dei ministri!
Io guardo in giro. Ecco, s'adunan qua
tacitamente in fin di settimana
le suore grige dell'attesa vana:
Pigrizia, Economia, Credulità....
Io guardo in giro. E l'uomo stende il rosso
polverino su l'ultima bolletta,
ed alza gli occhi sul mio volto e aspetta
ch'io mi pronunzi: ma non so, non posso.
Che faccio io qui? Debbo giocare al lotto
anch'io? Cercar dei numeri ne' miei
sogni d'artista? Ecco: 46
5, 90, 30, 58....
COMMENTO
Il botteghino del lotto è una poesia di Marino Moretti. La versione qui presente fa parte del volume riassuntivo Poesie 1905-1914, pubblicato da Treves in Milano nel 1919. In precedenza, la poesia fu inclusa in Poesie di tutti i giorni, Ricciardi, Napoli 1911; la stesura originale presenta alcune varianti rispetto a quella sopra riportata. In seguito, Moretti la pubblicò anche in Tutte le poeise, Mondadori Milano 1966. Infine, nella nuova versione del 1966, la medesima poesia fu inserita nella raccolta antologica Gozzano e i crepuscolari (Garzanti, milano 1983).
di seguire il bel sogno che fu nostro,
lasciami fra il sentore dell'inchiostro
che imputridisce in qualche calamaio,
fra quest'aria che sa di maleficio
e di miseria credula che pensa,
lasciami nella triste sonnolenza
di questo luogo ch'è bottega e ufficio!
Lascia ch'io guardi il volto paonazzo
dell'impiegato della scrivania
(certo ei s'intende di calligrafia
e la sua firma è tutta uno svolazzo),
lascia ch'io guardi numeri e registri
e il ritratto del re che ci governa
e ci promette un terno e una quaterna
con l'approvazione dei ministri!
Io guardo in giro. Ecco, s'adunan qua
tacitamente in fin di settimana
le suore grige dell'attesa vana:
Pigrizia, Economia, Credulità....
Io guardo in giro. E l'uomo stende il rosso
polverino su l'ultima bolletta,
ed alza gli occhi sul mio volto e aspetta
ch'io mi pronunzi: ma non so, non posso.
Che faccio io qui? Debbo giocare al lotto
anch'io? Cercar dei numeri ne' miei
sogni d'artista? Ecco: 46
5, 90, 30, 58....
COMMENTO
Il botteghino del lotto è una poesia di Marino Moretti. La versione qui presente fa parte del volume riassuntivo Poesie 1905-1914, pubblicato da Treves in Milano nel 1919. In precedenza, la poesia fu inclusa in Poesie di tutti i giorni, Ricciardi, Napoli 1911; la stesura originale presenta alcune varianti rispetto a quella sopra riportata. In seguito, Moretti la pubblicò anche in Tutte le poeise, Mondadori Milano 1966. Infine, nella nuova versione del 1966, la medesima poesia fu inserita nella raccolta antologica Gozzano e i crepuscolari (Garzanti, milano 1983).
Il tema è quello ricorrente dei luoghi che, almeno un secolo or sono, erano piuttosto frequentati dalla popolazione delle città di provincia. In questo caso, il poeta si reca nel botteghino del lotto per giocare dei numeri; in quest'azione, però, non c'è nulla di entusiasmante: l'uomo sembra che vada lì tanto per fare qualcosa e non per convinzione; tant'è che, una volta all'interno del locale, guardando l'impiegato che attende le sue parole, egli si chiede il motivo per cui si trovi in quel momento proprio lì, e non ne vede alcuno; così, senza troppo pensarci, dice cinque numeri a caso e se ne va. Ritorna quindi, in questa poesia, la sensazione di noia e d'inutilità che contraddistingue la migliore poesia di Moretti, e che è anche uno degli elementi identificativi della poesia crepuscolare.
![]() |
| Marino Moretti (1885-1979) |
lunedì 21 luglio 2014
Il cancello
L’oscuro viale dai mille cipressi
che porta al cancello del grande piazzale
è aperto a la gente.
Soltanto il cancello non s’apre.
Va e viene la gente pel lungo viale
che il sole soltanto non lascia passare,
si sosta al cancello che à cento colonne di ferro
la gente a guardare.
In una carretta ch’è piccolo letto
due monache nere conducono attorno
pel grande piazzale, il Signore,
padrone del grande castello.
Cent’anni à il Signore
padrone del grande castello!
Lo portano attorno due monache nere,
attorno al castello ch’è in mezzo al piazzale.
Non ode non vede la gente
che al vano dei ferri del grande cancello
sta ferma a guardare.
Va e viene la gente pel lungo viale
che il sole soltanto non lascia passare,
si sosta al cancello che à cento colonne di ferro
la gente a guardare.
Ogn’anno a quel grande cancello
s’aggiunge una nuova colonna di ferro:
il posto d’un altro a guardare.
NOTA
La poesia Il cancello è di Aldo Palazzeschi; fa parte della raccolta I cavalli bianchi, pubblicata a spese del poeta, in Firenze nel 1905. Ora la si trova alla pagina 8 del volume Tutte le poesie, Mondadori, Milano 2002, che raccoglie l'intera opera in versi di Palazzeschi.
che porta al cancello del grande piazzale
è aperto a la gente.
Soltanto il cancello non s’apre.
Va e viene la gente pel lungo viale
che il sole soltanto non lascia passare,
si sosta al cancello che à cento colonne di ferro
la gente a guardare.
In una carretta ch’è piccolo letto
due monache nere conducono attorno
pel grande piazzale, il Signore,
padrone del grande castello.
Cent’anni à il Signore
padrone del grande castello!
Lo portano attorno due monache nere,
attorno al castello ch’è in mezzo al piazzale.
Non ode non vede la gente
che al vano dei ferri del grande cancello
sta ferma a guardare.
Va e viene la gente pel lungo viale
che il sole soltanto non lascia passare,
si sosta al cancello che à cento colonne di ferro
la gente a guardare.
Ogn’anno a quel grande cancello
s’aggiunge una nuova colonna di ferro:
il posto d’un altro a guardare.
NOTA
La poesia Il cancello è di Aldo Palazzeschi; fa parte della raccolta I cavalli bianchi, pubblicata a spese del poeta, in Firenze nel 1905. Ora la si trova alla pagina 8 del volume Tutte le poesie, Mondadori, Milano 2002, che raccoglie l'intera opera in versi di Palazzeschi.
Rompicoglioni
Rompicoglioni al mare e in montagna,
rompicoglioni dalla Francia e dalla Spagna.
Rompicoglioni in aereo e in treno,
rompicoglioni ad Ascoli Piceno.
Rompicoglioni al bar e al ristorante,
rompicoglioni da vicino e da distante.
Rompicoglioni a casa e in chiesa,
rompicoglioni a Torino e a Stresa.
Rompicoglioni al lavoro e al riposo,
rompicoglioni a Ruino e a Belgioioso.
Rompicoglioni al mercato e in latteria,
rompicoglioni dovunque tu sia.
Rompicoglioni alla radio e in tivvù:
di rompicoglioni non ne posso più!
rompicoglioni dalla Francia e dalla Spagna.
Rompicoglioni in aereo e in treno,
rompicoglioni ad Ascoli Piceno.
Rompicoglioni al bar e al ristorante,
rompicoglioni da vicino e da distante.
Rompicoglioni a casa e in chiesa,
rompicoglioni a Torino e a Stresa.
Rompicoglioni al lavoro e al riposo,
rompicoglioni a Ruino e a Belgioioso.
Rompicoglioni al mercato e in latteria,
rompicoglioni dovunque tu sia.
Rompicoglioni alla radio e in tivvù:
di rompicoglioni non ne posso più!
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