Voglia da noi allontanare Iddio
il vaso che imprigiona la speranza.
Qui nella chiusa stanza
resta quel vaso che non è più mio.
Dal fondo d'esso sale una fragranza
che anticipa l'inganno e il malefizio.
Esci, sbatti la porta e scarta il vizio
della speranza.
NOTA
Questa poesia è di Marino Moretti ed è inclusa nel libro In verso e in prosa, Mondadori, Milano 1979, che raccoglie alcune tra le più importanti poesie dello scrittore romagnolo
venerdì 3 gennaio 2014
giovedì 2 gennaio 2014
Pellegrinaggio invernale
L'altro giorno - non so da qual coraggio
l'anima a un tratto mi sentissi invasa -
son tornato a la tua piccola casa
coi miei ricordi, in pio pellegrinaggio.
Sono tornato quasi in sogno: attratto
da quel senso che si compiace e appaga
come di un gioco, di inasprir la piaga,
di ravvivarla, in fondo al cuor disfatto.
Varcato il fiume, presi, lento, lento,
a salir per la via de la collina:
splendeva il sole e tanta era la brina
che ogni ramo parea quasi d'argento.
Ho rivista la panca, tutta verde
di musco; il ponticello; la fontana
ghiacciata: più non canta in voce umana
e solo a goccie giù l'acqua disperde.
Giunsi e varcai la soglia: che deserto,
il giardino! che schianto! le tue rose,
morte! e i gerani! quante morte cose!
Una donna è venuta, che mi ha aperto.
Son salito a la tua camera: nuda
come un sepolcro, tutto chiuso, oscuro!
proprio di fronte al letto, contro al muro
sai che ho trovato? una donnetta nuda!
Quella ch'io t'ho mandato, e su cui c'è
scritto... ma tu lo sai cosa c'è scritto!
io me la son ripresa, zitto, zitto,
se non ti spiace, la terrò con me.
Son ridisceso, errando pel giardino
vivo sol di memorie, quasi un'ora.
La vecchietta mi ha chiesto - E la Signora? -
Non risposi: rimasi a capo chino.
Pure comprese: tentennò la testa,
poi disse piano, ma in tono profondo:
- Come l'estate passa presto al mondo!
Solo l'inverno e la miseria restano! -
Che tristezza, che angoscia, nel ritorno!
Guardava io pei giardini ampi e deserti,
e tutti i luoghi mi pareano esperti
di tradimento e di pietà, quel giorno!
Cadea la sera. In basso, fra le brume,
per le tremule fiamme dei fanali,
si costellava la città di opali.
Qualche bagliore si frangea, nel fiume.
Pur, mentr'io mi sentiva il cor più stretto
da le angoscie de la malinconia,
vidi due amanti, a basso de la via,
salirne verso me, lenti, a bracetto.
Pensai - Forse ridesto da l'eterno
rimpianto, il sogno di qui mi fa ritorno? -
Ma lei diceva - Già declina il giorno:
che peccato che duri ancor l'inverno!
- Ascolta, amico, ascolta! - Ebben, che vuoi? -
- Quanta serenità! che bella sera!
ritorneremo questa Primavera?
- Cara! - ei ripose - E prima, certo! - e poi!
(Carlo Chiaves)
Il discorso del Chiaves è quello tipico del borghese del suo tempo, scontento (di sé e del suo tempo): dice non solo della difficoltà dei rapporti interpersonali, ma anche del disaccordo che viene risolto sacrificando il reale, nonché una reale comprensione delle ragioni del reale, in favore del mentale e dello psichico, estremo rifugio dell'Io. Donde il tentativo di trarre in salvo alcunché, scrivendone come sostituzione svalutante/rivalutante (l'estrema serietà, se non drammaticità, dell'ironia). Gli oggetti verranno allora registrati per la loro valenza simbolica, La vecchia porta per lo stato di separatezza ed esclusione, La pietra corrosa per la trasformazione di perdita; fino a renderli i feticci di una fattualità irrecuperabile (la tua scarpa rossa, / uno spillone, un solo guanto, un velo in Pellegrinaggio invernale), gli emblemi della frustrazione (la villa chiusa come impenetrabilità e impossibilità di possesso).
(Glauco Viazzi in "Dal simbolismo al déco")
l'anima a un tratto mi sentissi invasa -
son tornato a la tua piccola casa
coi miei ricordi, in pio pellegrinaggio.
Sono tornato quasi in sogno: attratto
da quel senso che si compiace e appaga
come di un gioco, di inasprir la piaga,
di ravvivarla, in fondo al cuor disfatto.
Varcato il fiume, presi, lento, lento,
a salir per la via de la collina:
splendeva il sole e tanta era la brina
che ogni ramo parea quasi d'argento.
Ho rivista la panca, tutta verde
di musco; il ponticello; la fontana
ghiacciata: più non canta in voce umana
e solo a goccie giù l'acqua disperde.
Giunsi e varcai la soglia: che deserto,
il giardino! che schianto! le tue rose,
morte! e i gerani! quante morte cose!
Una donna è venuta, che mi ha aperto.
Son salito a la tua camera: nuda
come un sepolcro, tutto chiuso, oscuro!
proprio di fronte al letto, contro al muro
sai che ho trovato? una donnetta nuda!
Quella ch'io t'ho mandato, e su cui c'è
scritto... ma tu lo sai cosa c'è scritto!
io me la son ripresa, zitto, zitto,
se non ti spiace, la terrò con me.
Son ridisceso, errando pel giardino
vivo sol di memorie, quasi un'ora.
La vecchietta mi ha chiesto - E la Signora? -
Non risposi: rimasi a capo chino.
Pure comprese: tentennò la testa,
poi disse piano, ma in tono profondo:
- Come l'estate passa presto al mondo!
Solo l'inverno e la miseria restano! -
Che tristezza, che angoscia, nel ritorno!
Guardava io pei giardini ampi e deserti,
e tutti i luoghi mi pareano esperti
di tradimento e di pietà, quel giorno!
Cadea la sera. In basso, fra le brume,
per le tremule fiamme dei fanali,
si costellava la città di opali.
Qualche bagliore si frangea, nel fiume.
Pur, mentr'io mi sentiva il cor più stretto
da le angoscie de la malinconia,
vidi due amanti, a basso de la via,
salirne verso me, lenti, a bracetto.
Pensai - Forse ridesto da l'eterno
rimpianto, il sogno di qui mi fa ritorno? -
Ma lei diceva - Già declina il giorno:
che peccato che duri ancor l'inverno!
- Ascolta, amico, ascolta! - Ebben, che vuoi? -
- Quanta serenità! che bella sera!
ritorneremo questa Primavera?
- Cara! - ei ripose - E prima, certo! - e poi!
(Carlo Chiaves)
Il discorso del Chiaves è quello tipico del borghese del suo tempo, scontento (di sé e del suo tempo): dice non solo della difficoltà dei rapporti interpersonali, ma anche del disaccordo che viene risolto sacrificando il reale, nonché una reale comprensione delle ragioni del reale, in favore del mentale e dello psichico, estremo rifugio dell'Io. Donde il tentativo di trarre in salvo alcunché, scrivendone come sostituzione svalutante/rivalutante (l'estrema serietà, se non drammaticità, dell'ironia). Gli oggetti verranno allora registrati per la loro valenza simbolica, La vecchia porta per lo stato di separatezza ed esclusione, La pietra corrosa per la trasformazione di perdita; fino a renderli i feticci di una fattualità irrecuperabile (la tua scarpa rossa, / uno spillone, un solo guanto, un velo in Pellegrinaggio invernale), gli emblemi della frustrazione (la villa chiusa come impenetrabilità e impossibilità di possesso).
(Glauco Viazzi in "Dal simbolismo al déco")
domenica 29 dicembre 2013
Le sperdute
Amo le chiese piccole, anche quelle
dei confini più soli e più remoti,
ove tremano voti d'angelelle
a sera, quando i banchi sono vuoti.
Con qual mistero trepidi e devoti
noi ci recammo a lume delle stelle
per scioglier con l'amante dolci voti!
Eran l'anime unite: due sorelle
che vanno sole, al buio, per la strada
ove i fanali sembrano morire
languidi e fiochi sotto la rugiada.
E la strada non par ch'abbia a finire
prima che il nostro cuor si persuada
ch'ella ci adora, ma non sa che dire.
dei confini più soli e più remoti,
ove tremano voti d'angelelle
a sera, quando i banchi sono vuoti.
Con qual mistero trepidi e devoti
noi ci recammo a lume delle stelle
per scioglier con l'amante dolci voti!
Eran l'anime unite: due sorelle
che vanno sole, al buio, per la strada
ove i fanali sembrano morire
languidi e fiochi sotto la rugiada.
E la strada non par ch'abbia a finire
prima che il nostro cuor si persuada
ch'ella ci adora, ma non sa che dire.
(Giovanni Croce)
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| Giovanni Croce (1889-1911) |
"Le sperdute" è il titolo del sonetto IX della sezione "Le chiese" del volume poetico di Giovanni Croce: "L'anima di Torino", Quintieri, Milano 1911. Il libro del poeta torinese, uscì lo stesso anno della sua scomparsa. È diviso in 6 sezioni, ciascuna composta da una dozzina di sonetti che hanno come tema dominante la città di Torino e i suoi abitanti. Ogni sezione, a mo' di presentazione si avvale dei disegni di Giovanni Corvetto.
mercoledì 25 dicembre 2013
Neve in Palestina
Poi sgranammo collane di paesi
pittoreschi e fraterni, con un lusso
di vedute mai visto, e in Palestina
ci guidaron gli uccelli.
Nella notte
nelle plaghe orientali
quasi il fiore del glicine; e il deserto
di roccia fu da lilla a bianco. Ogni cammello
ebbe cibo di neve: una celeste
pozzanghera di manna; e svolazzanti
nuvolette di spuma, a vele piccole,
navigavano l'aria. I tamburelli
degli angeli facevano una festa
strepitosa. Caduto era l'inverno,
gelo d'uno in altr'uomo.
Non l'avara
penuria che fa gli uomini maligni
vidi; e, oh, quante speranze!
In mezzo al ceto
de' semplici pastori si confonda
il cittadino pallido, e gli caschi
dal cor la spina dell'invidia, e veda
nascersi sopra gli òmeri leggera
fantàsima di nebbia e porti l'agna
- oggi, a emblema di sé mite - al Signore
Bambino. Pargoleggia tra le agnelle.
NOTA
Questa poesia è di Renzo Laurano ed è presente nell'antologia Natale dei Poeti, Ancora, Milano 2001 (pp. 90-91). Il testo ha, come sottotitolo, la seguente dicitura: "da un idillio «Il Natale»". In effetti, quel "poi" che inizia il primo verso, fa comprendere che si tratta di un prosieguo ad un discorso iniziato già precedentemente. La poesia parla di un viaggio effettuato, forse, da alcuni pellegrini (tra cui il poeta), che ha come meta il luogo in cui nacque Gesù. L'arrivo in Palestina coincide con una sorta di miracolo: una nevicata eccezionale; i fiocchi di neve, cadendo, si trasformano in qualcosa d'incredibile: fiori del glicine, manna che diviene cibo per i cammelli, nuvolette di spuma... Nello stesso tempo si verifica un mutamento climatico e nello stesso tempo comportamentale: con la scomparsa del gelo, si assiste all'apparizione di nuove speranze e di sentimenti fraterni tra gli umani. Gli ultimi versi sono un'invocazione o, meglio, una preghiera del poeta affinché dagli esseri umani scompaia ogni traccia d'invidia e la loro anima divenga simile ad un'agnella (agna) e tale venga consegnata in dono, come simbolo della nuova umanità, a Gesù Bambino.
pittoreschi e fraterni, con un lusso
di vedute mai visto, e in Palestina
ci guidaron gli uccelli.
Nella notte
nelle plaghe orientali
quasi il fiore del glicine; e il deserto
di roccia fu da lilla a bianco. Ogni cammello
ebbe cibo di neve: una celeste
pozzanghera di manna; e svolazzanti
nuvolette di spuma, a vele piccole,
navigavano l'aria. I tamburelli
degli angeli facevano una festa
strepitosa. Caduto era l'inverno,
gelo d'uno in altr'uomo.
Non l'avara
penuria che fa gli uomini maligni
vidi; e, oh, quante speranze!
In mezzo al ceto
de' semplici pastori si confonda
il cittadino pallido, e gli caschi
dal cor la spina dell'invidia, e veda
nascersi sopra gli òmeri leggera
fantàsima di nebbia e porti l'agna
- oggi, a emblema di sé mite - al Signore
Bambino. Pargoleggia tra le agnelle.
NOTA
Questa poesia è di Renzo Laurano ed è presente nell'antologia Natale dei Poeti, Ancora, Milano 2001 (pp. 90-91). Il testo ha, come sottotitolo, la seguente dicitura: "da un idillio «Il Natale»". In effetti, quel "poi" che inizia il primo verso, fa comprendere che si tratta di un prosieguo ad un discorso iniziato già precedentemente. La poesia parla di un viaggio effettuato, forse, da alcuni pellegrini (tra cui il poeta), che ha come meta il luogo in cui nacque Gesù. L'arrivo in Palestina coincide con una sorta di miracolo: una nevicata eccezionale; i fiocchi di neve, cadendo, si trasformano in qualcosa d'incredibile: fiori del glicine, manna che diviene cibo per i cammelli, nuvolette di spuma... Nello stesso tempo si verifica un mutamento climatico e nello stesso tempo comportamentale: con la scomparsa del gelo, si assiste all'apparizione di nuove speranze e di sentimenti fraterni tra gli umani. Gli ultimi versi sono un'invocazione o, meglio, una preghiera del poeta affinché dagli esseri umani scompaia ogni traccia d'invidia e la loro anima divenga simile ad un'agnella (agna) e tale venga consegnata in dono, come simbolo della nuova umanità, a Gesù Bambino.
martedì 24 dicembre 2013
Presepe
Aria di zolfo e fumo sparso
per una culla-Simbolo
del genere umano.
Avevo le mani
imbrattate di creta
di forme antiche
palpitanti nella modestia
di un universo docile
alla favola e alla frode.
Presepe,
farsa settecentesca
del mito del Buon Selvaggio,
che moriva di fame,
saltando come un clown -
i piedi al freddo
le mani sulle castagne.
In vere stalle andava
mia madre levatrice
di natali plebei
e il pianto del bambino
era presagio ai vinti.
NOTA
Presepe è una poesia di Domenico Rea. Fa parte della raccolta poetica Nubi, pubblicata per la prima volta nel 1976 dalla Società Editrice Napoletana; venne poi ristampato in proprio e fuori commercio nel 1984. Da quest'ultima edizione ho estratto la poesia riportata, che è preceduta da una breve prosa. I versi, inizialmente parlano dei ricordi del poeta, relativi alla preparazione del presepe nei giorni precedenti il Natale. Nella seconda parte della poesia c'è una forte critica alla tradizione del presepe, definita "farsa settecentesca". Evidentemente, ciò che infastidisce lo scrittore è il buonismo che, pure con certi simboli del presepe, si diffonde nel periodo natalizio, e non rispecchia affatto la realtà delle cose: la realtà vissuta dalla madre di Rea, che contribuiva, anche nel giorno di Natale, a far nascere i bambini di famiglie molto povere.
per una culla-Simbolo
del genere umano.
Avevo le mani
imbrattate di creta
di forme antiche
palpitanti nella modestia
di un universo docile
alla favola e alla frode.
Presepe,
farsa settecentesca
del mito del Buon Selvaggio,
che moriva di fame,
saltando come un clown -
i piedi al freddo
le mani sulle castagne.
In vere stalle andava
mia madre levatrice
di natali plebei
e il pianto del bambino
era presagio ai vinti.
NOTA
Presepe è una poesia di Domenico Rea. Fa parte della raccolta poetica Nubi, pubblicata per la prima volta nel 1976 dalla Società Editrice Napoletana; venne poi ristampato in proprio e fuori commercio nel 1984. Da quest'ultima edizione ho estratto la poesia riportata, che è preceduta da una breve prosa. I versi, inizialmente parlano dei ricordi del poeta, relativi alla preparazione del presepe nei giorni precedenti il Natale. Nella seconda parte della poesia c'è una forte critica alla tradizione del presepe, definita "farsa settecentesca". Evidentemente, ciò che infastidisce lo scrittore è il buonismo che, pure con certi simboli del presepe, si diffonde nel periodo natalizio, e non rispecchia affatto la realtà delle cose: la realtà vissuta dalla madre di Rea, che contribuiva, anche nel giorno di Natale, a far nascere i bambini di famiglie molto povere.
giovedì 12 dicembre 2013
L'immagine
Dianzi mi parve (era l'ora forse che cose con sogni
fioca confonde) che un'ombra, pur vana nella sua vita,
sorgesse in fondo al mio specchio come da un'onda sopita,
pallida e come ridesta nel mondo eh'ella obliò.
Ed altra forse non era che la mia ombra dolente,
quella de' vasti silenzi, quella de gli opachi giorni,
quella che passa per plaghe sterili senza contorni,
tacita, e con in cuore solo la vita che fu.
E aveva, sì, le mie mute, vane parole ne gli occhi,
e avea sulla fronte l'ombra densa delle piume nere,
ed un pallore sul collo dolce di trine leggere,
e delle pieghe sul volto di fior che l'uggia appassì.
Ma veniva essa da un mondo ignoto, un mondo lontano,
sola, come mai fu solo chi andò fra i sogni errabondo,
e stava, come d'un'ampia soglia nel vano profondo
sta chi il suo piede soffermi dopo una via che compì.
Oh ma di dove, di dove!... di che perduti Infiniti
portava nelle cave ombre le vaghe luci, i ricordi
che la raggiavan ne gli occhi, come su gelidi fiordi
raggiano i palpiti d' oro dell'inesausto dì?...
Muta parea che scuotesse ora un pesante sudario,
e ancor tremante di qualche suo martirio lontano
lenta passavasi sovra gli occhi la pallida mano,
come chi un pianto rasciuga che nel mistero fluì.
(Luisa Giaconi)
fioca confonde) che un'ombra, pur vana nella sua vita,
sorgesse in fondo al mio specchio come da un'onda sopita,
pallida e come ridesta nel mondo eh'ella obliò.
Ed altra forse non era che la mia ombra dolente,
quella de' vasti silenzi, quella de gli opachi giorni,
quella che passa per plaghe sterili senza contorni,
tacita, e con in cuore solo la vita che fu.
E aveva, sì, le mie mute, vane parole ne gli occhi,
e avea sulla fronte l'ombra densa delle piume nere,
ed un pallore sul collo dolce di trine leggere,
e delle pieghe sul volto di fior che l'uggia appassì.
Ma veniva essa da un mondo ignoto, un mondo lontano,
sola, come mai fu solo chi andò fra i sogni errabondo,
e stava, come d'un'ampia soglia nel vano profondo
sta chi il suo piede soffermi dopo una via che compì.
Oh ma di dove, di dove!... di che perduti Infiniti
portava nelle cave ombre le vaghe luci, i ricordi
che la raggiavan ne gli occhi, come su gelidi fiordi
raggiano i palpiti d' oro dell'inesausto dì?...
Muta parea che scuotesse ora un pesante sudario,
e ancor tremante di qualche suo martirio lontano
lenta passavasi sovra gli occhi la pallida mano,
come chi un pianto rasciuga che nel mistero fluì.
(Luisa Giaconi)
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| Reynolds Joshua, "Portrait of Miss Hickey" |
lunedì 2 dicembre 2013
Il presepio di Greccio
Salgono i frati: vien dalla vallata
la buona gente nella notte fonda.
Fiaccole e lumi segnano i sentieri
e l'aria è immota sotto lo stellato.
Culla la valle suono di campane.
Lieve è il cammino; vanno i passeggeri
recando ognuno un cuore di bambino
colmo di attesa. Van come i pastori
verso il presepio e intorno è tanta pace.
Ecco la grotta, ecco, sospesa,
brilla la stella! Gli occhi desiosi
guardan la greppia, il bue e l'asinello
guardan l'altare; poi ciascuno sogna.
Ma il Santo vede: vede il Dio bambino
piccolo e bianco nella mangiatoia.
Si china; ascolta il tenero vagito,
gli fa culla d'amore tra le braccia
sopra il suo saio povero e sdrucito,
e il cuor divino batte sul suo cuore.
Angeli scendon lungo vie di stelle;
un cielo d'indicibile splendore
s'incurva sul presepe; a tratti, sale
un dondolìo lontano di campane.
Vive ciascuno il sogno di Natale.
la buona gente nella notte fonda.
Fiaccole e lumi segnano i sentieri
e l'aria è immota sotto lo stellato.
Culla la valle suono di campane.
Lieve è il cammino; vanno i passeggeri
recando ognuno un cuore di bambino
colmo di attesa. Van come i pastori
verso il presepio e intorno è tanta pace.
Ecco la grotta, ecco, sospesa,
brilla la stella! Gli occhi desiosi
guardan la greppia, il bue e l'asinello
guardan l'altare; poi ciascuno sogna.
Ma il Santo vede: vede il Dio bambino
piccolo e bianco nella mangiatoia.
Si china; ascolta il tenero vagito,
gli fa culla d'amore tra le braccia
sopra il suo saio povero e sdrucito,
e il cuor divino batte sul suo cuore.
Angeli scendon lungo vie di stelle;
un cielo d'indicibile splendore
s'incurva sul presepe; a tratti, sale
un dondolìo lontano di campane.
Vive ciascuno il sogno di Natale.
(Graziella Ajmone)
Graziella Ajmone (Borgo di Terzo ,1912 – Gardone,1993) Figlia del dottor Luigi, soprannominato “il medico dei poveri”, svolse l'attività di insegnante di lettere nella scuola media e all’Istituto industriale. Si dedicò anche alla letteratura collaborando a “Fiamma Viva”, “L’indice d’oro” ed “Il Maestro”. Ha scritto versi e prose pubblicati in molti libri rivolti, spesso, ai ragazzi. Si citano, tra gli altri: "Mattutino"; "La storia meravigliosa di Bernadetta"; "Sangue sull’arena"; "Il fanciullo delle Pampas"; "Lo zufolo del pastorello"; "Il bambino che voleva camminare"; "Quando la Madonna raccontava"; "Prima comunione"; "Angeli in mezzo a noi".
![]() |
| Andrea Previtali, "La Natività" |
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